Sabaudo Corner

il blog morto, vivente tuttavia

lunedì, 21 giugno 2004
Ancora il Romanzo debole!?

poichè oggi ho avuto la conferma della pubblicazione di un consistente estratto della mia tesi, mi pare il caso di condividere il contagioso entusiasmo postando un altro gustoso passo della mia imprescindibile opera. buona lettura.

 

Elogio della narrazione impura                            

 

Un paese senza, Albergo Italia e Un weekend postmoderno potrebbero essere visti oggi come dei tardivi, lucidi e “autarchici” esempi di letteratura di viaggio, pensati per affrancare l’Italia dalle deformazioni pittoresche di quella superficiale travel literature, figlia di certi Grand Tour a “tappe canoniche”[1] incapaci di andare oltre la Venezia delle gondole, la Roma dei papi e dei ruderi, la Sorrento del sole e del mare. Ma non è certo stato un desiderio di riscatto a produrre queste opere. C’è in esse la volontà forte di lasciare una testimonianza e, cosa più importante, un’idea complessiva d’Italia; queste opere, e i loro autori, entrano nel particolare italiano senza farsene assorbire, ma scardinandolo per poi accostarlo alla pletora di particolarismi (almeno uno per campanile, se non uno per abitante) che insieme, più o meno consapevolmente, formano una nazione.

Non è un caso che finora abbia parlato di “narrazioni ibride”, o che abbia usato la formula “romanzo critico” per definire queste opere. Queste scelte linguistiche sono motivate da una timida misura cautelativa: ho cercato di tenermi a debita distanza dalla parola “narrativa”, provando comunque a farne aleggiare lo spettro. E questo perché i testi di Arbasino, Ceronetti e Tondelli, accomunati da una spuria matrice giornalistica, pur non essendo veri e propri romanzi,  riescono a costeggiare i territori della narrativa, finendo con l’assolverne in gran parte il compito. Davanti a questi tre libri sembrano non tenere le critiche che solitamente vengono rivolte alla produzione romanzesca italiana (specie quella dei nuovi autori), probabilmente perché la loro ascendenza giornalistica li fa brillare per aderenza al contesto e arguzia nella focalizzazione; mentre i nuovi narratori vengono accusati di non tener conto della nostra tradizione culturale e di non essere attenti alla realtà che invece dovrebbero sforzarsi di rappresentare, quello che sembrano suggerire le tre opere qui prese in considerazione è che un rapporto col passato e con le immediate contingenze non è solo auspicabile, ma necessario a produrre una lettura dell’Italia che sappia coglierne gli ignorati trascorsi e abbracciarne le emergenti dicotomie.

I casi di Arbasino, Ceronetti e Tondelli mi pare dimostrino la maggiore efficacia dimostrata negli ultimi decenni dalle strutture narrative ibride nell’affrontare l’analisi di un milieu eterogeneo come quello italiano. Proprio le loro caratteristiche di impurità, mescolanza e frammentazione rendono possibile a queste opere un lavoro di calco, di presa diretta sulla realtà che impianti rigorosamente romanzeschi oggi difficilmente potrebbero attuare. Basti pensare ai grandi sforzi mimetici che contraddistinguono romanzi come Madame Bovary, all’emblematicità cui Emma poteva assurgere; oggi queste possibilità sembrano negate: troppo composita la realtà da riprodurre e troppo veloci i suoi mutamenti per tenerle il passo, troppo rischiosa la costruzione di un personaggio-paradigma che può scadere facilmente in macchietta. Ma l’aspetto più grave è che le singole storie sembrano aver perso ogni carattere di esemplarità, e vedono ridotto il loro peso a lievi sintomi di questo o quel piccolo disagio.

Davanti a questa odierna (certo non recente) impossibilità di piena rappresentazione, emerge la possibilità offerta delle scritture impure. Basate sulla commistione dei generi, sulla frammentazione di una struttura blandamente romanzesca che si apre a contaminazioni saggistiche, queste forme ibride sono votate a una narrazione polverizzata, sostanzialmente emancipatasi dalla trama, rispettando così un’idea corpuscolare di mondo, alla luce della quale risulta impossibile ogni tentativo di organizzare esaustivamente il reale nelle regolari maglie di un romanzo.

 

 

I rischi di un’impurità compiacente

 

Il mio intento in queste prime pagine era quello di analizzare l’esperienza delle scritture impure e delle rappresentazioni che offrono, provando a comprendere le ragioni della loro programmatica frammentarietà e a dimostrarne di conseguenza l’efficacia. Si può allora sostenere che la loro validità sta nell’essere funzionali alla rappresentazione di una caotica realtà-mosaico della quale sono capaci di raccogliere, isolare e catalogare le tessere.  

Si potrebbe però obbiettare che queste scritture impure, piuttosto che affrontare i rischi e le difficoltà della rappresentazione romanzesca, preferiscono scendere a patti con un caos più sentito che reale, senza peritarsi di comprenderlo al punto da saperne offrire un racconto esemplare, ma preferendo restituirne una serie di istantanee più o meno ragionate. Questa obiezione ha come corollario il timore che queste scritture, nelle loro manifestazioni più sfilacciate, tendano a consolidare un’idea depotenziata di letteratura, arrendendosi di fatto a una condizione di impotenza creativa, ossessionati (o rassicurati fino all’immobilità) dal fatto che tutto è già stato scritto e che tutti i tentativi odierni di scrittura romanzesca rappresentano solo giochi combinatori e citazionisti all’interno di un onnipotente e millenario corpo testuale.

Accanto a questa preoccupazione c’è il parere di chi, ugualmente diffidente nei confronti di una scrittura polverizzata, propone il ritorno a una narrazione piena, capace di tenere in debito conto il reale e le sue implicazioni, attraverso il recupero della narrativa di genere; i sedimentati schemi del poliziesco, del noir o di altri filoni paraletterari, potrebbero oggi, se debitamente smossi e riarticolati, essere fruttuosamente messi al servizio di un’indagine sistematica della storia e dell’attualità italiane, organizzando in una narrazione – e quindi con una trama e dei personaggi – gli sviluppi e le tensioni del nostro paese.   

Negli ultimi anni queste posizioni critiche hanno sempre più preso consistenza in Italia, dando vita a veri e propri fenomeni editoriali. Molte sono state le collane ideate per dar forma a questo fenomeno di ritorno alla narrazione e, in particolar modo, a quella di genere. In alcuni casi si è assistito a veri e propri successi di vendite e/o di critica e il dibattito culturale ha visto nascere circoli di intellettuali e narratori radunati attorno alle poco diffuse riviste di settore e ai molti siti internet. All’analisi di questi fenomeni saranno dedicate le prossime pagine.



[1] Cfr. A. Brilli, Il gusto del passato: l’«adorabile» Italia, in H. James, Ore italiane, Milano, Garzanti, 1984.

 

(continua...)

 


Postato da: PasqualeLaForgia a 20:18 | link | commenti (3)

Notte, troppo tardi per commentare, magari lo faccio domani; ma guardate che cosa pensa di fare Bjork nel nuovo album. Ancora minimalismo, ma alla radice. D'altra parte è stata proprio lei a darmi molti input nella mia idea di musica "necessaria". Si conferma fra gli artisti del secolo. Ne parliamo presto.

"Instruments are so over," says Bjork of her new, purely vocal album, Medulla, due out late August/early September.

"I think this was probably the most intuitive album I've done," she continues. "I had to use ingredients that I trusted, like my voice, my muscles, my bones. I couldn't really use all the other stuff."

Rahzel of the Roots -- known as "the Human Beatbox" -- supplies the percussive bass line for a majority of the songs, and the album also features collaborations with Inuit throat-singer Tanya Tagaq and former Faith No More frontman Mike Patton. The sound is primitive, full of brooding menace on "Where Is the Line" and soaring, breathy romance on "The Pleasure Is All Mine."

Following Medulla's release, Bjork will continue working in the studio rather than go on tour.

"Every album I've done, the minute that it's done, I feel really lubricated and, like, 'Wow, now I can write an album in five minutes,'" she says. "And I just want to find out if that's just a fantasy or if it's true."

Postato da: Josef_K. a 02:09 | link | commenti (1)

domenica, 13 giugno 2004

Questo è Paolo Bacilieri, che pensa a Crepax, qualche giorno dopo la sua scomparsa, avvenuta il 31 luglio 2003.

Volevo che la leggeste, è in sintonia con quello che penso ultimamente del fumetto, del modo in cui viene comunemente utilizzato e dei modi in cui lo si potrebbe invece utilizzare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Postato da: A.Tota a 01:27 | link | commenti (1)

giovedì, 10 giugno 2004
Ma no, ma no... (sulla sacralità dell'ombelico)

Mi scuso con Sergio, ma mi sono accorto solo ora del suo commento (parola orrenda, ma tanto per capirci...) al secondo estratto della mia tesi. Mi pare che le tue siano reazioni piuttosto ponderate (però il "piuttosto" c'è e si vede), ma non voglio che certe mie debolezze costitutive finiscano col raggelare il contenuto (credo) assai malleabile di quanto ho scritto e pensato. Ci tengo a precisare, e le pagine successive lo dimostreranno con maggiore chiarezza (anche se non so quanto tu abbia già letto, visto che la tesi te l'ho inviata tutta...), che non è assolutamente mio intento stringere un legame zdanovista fra "qualità letteraria" e "impegno sociopolitico", né tantomeno credo che un buon romanzo sia solo il precipitato delle ansie sociali e delle convulsioni politiche di una generazione, di una nazione... In queste prime parti qui pubblicate (e spero che sia in seguito a questi due post che hai maturato la tua reazione) ho deciso di affrontare quello che mi pare il disagio comune, initerrotto e condiviso attorno al quale, nel corso degli ultimi 100/150 anni (e forse più), i critici italiani hanno sviluppato la loro sfiducia per il romanzo di casa. Anche il signorino sardo al quale ho ceduto più volte la parola (e che forse inorridirebbe a sapersi usato in questo modo) diceva le cose che oggi (e domani e dopodomani, saecula saeculorum...) l'ultimo dei fanzinari scriverà a proposito della narrativa italiana: smarronandoci sul fatto che non si ha il diritto di piluccarsi l'ombelico, e su quanto gli americani, i russi, gli israeliani, i tagiki... siano sempre più avanti e più bravi di noi.

Per farla breve, non credo che Proust sia controrivoluzionario o cazzate simili (so bene che non era il senso del tuo appunto): in questa pagine ho solo cercato di riportare sinteticamente il succo di un dibattito annoso e irrisolto, provando a metterlo in cortocircuito, facendo saltare i contatti interni all'ecumene culturale. Perchè il principio di disgregazione che ci insegnano la storia patria, la sociologia, la statistica e - non da ultima - certa filosofia, non dovrebbe trovare spazio di sfogo e realizzazione anche nella letteratura, tanto più in quella che all'ombra di questo principio è nata e cresciuta, finendo per assorbirla, rielaborarla e perpetrarla?

Che si lasci a chiunque il diritto di riappropriarsi del proprio ombelico. E magari in seguito si potrà guardare con una certa curiosità a quello degli altri.

p.s: ho scritto di colpo e senza badare troppo alla forma. spero non ci siano strafalcioni o cazzate immani. cmq la mia firma c'è, e quindi mia resta la responsabilità di eventuali puttanate (di forma o di sostanza, che poi sono la stessa identica cosa).

Postato da: PasqualeLaForgia a 20:41 | link | commenti (10)

mercoledì, 09 giugno 2004
Tutto per l'azienda

Ebbene sì, della lurida e zozza pubblicità. Si tratta dell'ultimo libro di Marco Baliani, un'opera sulla quale ho avuto la fortuna di lavoricchiare (una cosa minima). Sebbene il mio contributo alla cura redazionale del libro sia stato del tutto irrilevante, non posso nascondervi che sono un po' emozionato ed è da qualche ora che me lo rigiro tra le mani. Forse potrebbe interessarvi un assaggio (l'apertura), un'inzuppatina che potete fare qui. Fatemi sapere.

Postato da: PasqualeLaForgia a 22:02 | link | commenti (3)

Sto ancora leggendo "Infinite Jest" (cercate di non scoprire nulla della storia, anche perchè una storia non esiste), quel cazzo di libro di 1434 pagine scritto da David Foster Wallace. E' forse il libro più bello del mondo. Ogni cazzo di volta che lo prendo in mano penso che dovrei scrivere sul blog qualcosa per motivarvi a leggerlo, ma poi ci sarebbe così tanto, ma così tanto, ma così tanto da dire su questo cazzo di capolavoro che non trovo la forza. Penso allora di parlare di singoli episodi, ma la mia penna non potrà mai colpire quanto quella di David e mi sembrerebbe di fargli torto. E aspetto. La verità è che basterebbero 20-30 pagine di prova di "Infinite Jest" per farvelo amare. Dovrò fotocopiarlo. Non c’è altra scelta, dovrò fotocopiarlo e mandare queste pagine in giro per l’Italia, tirando a caso gli indirizzi. Dovrei leggerlo anche in lingua originale. Sarebbe giusto che imparassi una qualsiasi lingua straniera al solo fine di utilizzare le mie nuove cognizioni per tradurre quest'opera geniale. Dovrei scrivere a Edoardo Nesi per pregarlo di farsi offrire una cena, per organizzare una conferenza stampa in cui lo ringrazio a reti unificate per la sua eccezionale traduzione. Dovrei affittare un elicottero, comprare un centinaio di copie di "Infinite Jest", strapparne le pagine e lanciarle sulle piazze delle maggiori città d’Italia. Dovrei abbandonare l’Università e finire questo cazzo di libro, poi iscrivermi a Lettere, fare tutti gli esami solo per poter scrivere una tesi su questo cazzo di libro. Dovrei andare a rubare nelle banche, telefonare a Wallace e offrirgli tutti i soldi che ho più quelli che ho rubato per fargli fare delle conferenze in cui possa parlare liberamente di "Infinite Jest". Dovrei provare a preparare un colonna sonora per ogni singola pagina del romanzo. Dovrei convincere qualche grande regista a girare un film di 96 ore su questo cazzo di romanzo. Dovrei fare tutto questo ma ancora non riesco a scrivere nulla che abbia a che fare col romanzo in questione. Prima o poi spero di riuscirci.

Postato da: Josef_K. a 20:30 | link | commenti (1)

Nel tragitto ferroviario che divide Putignano da Bari, tra un’andata e un ritorno, oggi mi son letto il racconto lungo "La Più Lucente Corona D’Angeli In Cielo" (Minimum Fax, traduzione di Adelaide Cioni). Il libriccino, ormai si sa, ha reso famoso l’autore, Rick Moody, e gli ha permesso di farsi notare come uno dei più talentuosi scrittori dello scorso decennio. Di Moody avevo già letto "Demonology", nel minuscolo formato della Bompiani, ma non ero rimasto per nulla colpito dal tocco oscuro del romanziere americano. "La Più Lucente…" è ben altra cosa, scritto divinamente e capace di risucchiarti nel mondo dei protagonisti per tutta la durata della storia. D’altra parte il fascino dei racconti (ma solo di quelli buoni) è proprio questo: ti possiedono per 1-2 ore e non ti lascino più andare. In quel lasso di tempo diventi di proprietà dell’autore. I racconti ed i romanzi sono due cose completamente differenti, nel primo non puoi riprendere fiato. O almeno questo è ciò che mi è accaduto nel leggere le tre storie descritte da Moody in neanche 100 pagine, memorie di desolazione, abbandono, amore, sesso, fetish, speranze finite nel cesso e soprattutto eroina. Non mi dilungo sull’opera in generale, tanto in un paio d’ore la potete tranquillamente finire, ma solo sulle ultime due pagine, che sto rileggendo di continuo. È capitato davvero di rado che un libro riuscisse a farmi provare tanta nostalgia e malinconia per luoghi e persone che non ho mai conosciuto. Sarebbe proprio il caso di usare il titolo di Wong Kar Wai, "Angeli perduti", persone ai margini riunite per un finale in cui il ricordo diventa dolcissimo ed allo stesso tempo amaro. D’altra parte solo i ricordi più belli lasciano nell’animo un gusto del genere, e nei momenti in cui riaffiorano alla mente ci sentiamo strappati in due, dilaniati, rapiti da quegli istanti che avrebbero diritto all’eternità. Moody è riuscito a renderli immortali, anche se impressi su un nastro video che ormai è perso in chissà quale cassetto. Tutto nella sua descrizione è chiaro, direi vivido: le luci, l’arredamento, la musica, la sensualità, i sorrisi, l’amore. Perché il raccontare è simile ad un atto d’amore verso i propri personaggi, reali o immaginari che siano. Mi vengono in mente tre grandi artisti. Il primo è ovviamente Salinger, il finale de "Il Giovane Holden" è una delle cose migliori della mia vita e, se non ve lo ricordate, andatelo a rileggere. O ditemelo e lo posto qui. Il secondo è Philiph K. Dick e la sua postfazione a "Un Oscuro Scrutare", secondo me un libro assai affine a questo racconto di Moody. In quelle pagine il maestro della fantascienza moderna rivolge un bellissimo saluto ai suoi amici tossici del passato, ricordando quanti sono scomparsi e allo stesso tempo quanto rimangono vividi nella sua memoria. Il terzo è Woody Allen ed il meraviglioso "Harry A Pezzi" (probabilmente il suo miglior film). Lì l’operazione è inversa, sono i personaggi a rendere omaggio al loro creatore, festeggiandolo nella stessa Università da cui era stato cacciato in giovinezza. Il riferimento a Bergman (che attraversa le cose più belle della sua filmografia) è palese, ma è l’ironia di zio Woody a rendere serene e allo stesso tempo melanconiche quelle immagini.

L’ultimo motivo per il quale vi consiglio "La Più Lucente Corona D’Angeli In Cielo" è la postfazione di Tommaso Pincio, il quale ricorda il suo passato eroinomane nell’East Village di New York proprio negli stessi anni in cui si svolge il racconto. Anni probabilmente bui, ma allo stesso tempo culturalmente ricchissimi, anni in cui potevi incontrare Basquiat e la sua band, i Sonic Youth ed il CGBG’s, una nuova sperimentazione sessuale e l’inizio della moderna musica da ballare. Anni in cui c’erano ben "70 (!!!) gallerie d’arte comprese nello spazio di appena quattordici isolati". Cazzo! Cazzooo! Scenari distrutti in appena due anni, in buona parte a causa dell’eroina. Tommaso Pincio ne parla senza vergogna e senza orgoglio, ma solo con grande nostalgia.

Postato da: Josef_K. a 19:03 | link | commenti

martedì, 08 giugno 2004
Il romanzo debole (seconda parte)

         Davanti allo specchio

 

Da quanto detto finora la condizione di disarmante debolezza del romanzo italiano contemporaneo risulta discendere da due gravi responsabilità attribuibili agli autori: la loro mancanza di rapporto e confronto con la tradizione e la realtà culturali, sociali, storiche ed economiche del nostro paese. La narrativa italiana non offre letture, storicamente fondate, della vita nazionale, preferendo alimentarsi di piccole cose, fatti personali che sembrano eludere la dimensione più composita delle relazioni umane. Ma sarà poi vero? Davvero queste microstorie esauriscono la loro visione delle cose in un ambito ristrettissimo di puro (e magari problematico) egocentrismo? Siamo davvero sicuri che quelle che vengono solitamente indicate come “pecche” non siano invece tratti distintivi della realtà umana in cui gli stessi scrittori vivono e della quale si fanno interpreti? Per farla breve, la situazione italiana può permettersi di produrre una narrazione “forte”? Probabilmente no. E questo perché molto è cambiato, e non da poco; guardiamo con diffidenza alle certezze assolute, accogliamo con secolare scetticismo dichiarazioni di fede incrollabili, accusiamo di naïveté o di malafede chi offre panacee e diamo (comprensibilmente) del cretino a chi è convinto d’aver capito tutto. Ciononostante non possiamo fare a meno di chiedere a qualcuno che ci racconti qualcosa che sappia spiegare quello che siamo.

Si ricorre alla narrativa, soprattutto a quella “nuova”, per ritrovarvi un’istantanea che fissi il nostro movimento; si chiede ai romanzi di essere specchi fedeli (magari non troppo impietosi…) della società e dei suoi ritmi, ma non sempre si è disposti ad accettare l’immagine riflessa. L’idea che ci offrono i narratori italiani è quella di un paese fatto di tanti piccoli, atomizzati turbamenti, con un territorio frantumato in una mappa di minuscoli orizzonti locali, fondato sull’idea vaghissima e ottundente di un ceto medio senza confini, un’illusione capace di assorbire e azzerare i conflitti sociali. Un paese che non riesce – o non vuole – pensare a se stesso in termini di popolo, di nazione, è destinato a vedersi rappresentato da una narrazione per forza di cose “debole”[1], perché costringe i suoi autori a vivere il paradosso di concentrarsi sul “particolare” per cogliere l’essenza di un “totale” sfumato e sfuggente.

Ecco perché questi romanzi-specchio restituiscono a noi lettori un’immagine dell’Italia che difficilmente finisce col piacerci: un’Italia strozzata negli ambiti provinciali, incapace di guardare oltre il suo naso, né alle proprie spalle; ma si sa che gli specchi non hanno colpe, se non quelle di chi ci si riflette.

 

 

L’Italia debole

 

Possiamo allora dire che il problema non risiede tanto nell’incapacità di analisi dei romanzieri, quanto nell’inesistenza, o nell’inconsistenza dell’oggetto-paese da osservare? Sembrerebbe un’affermazione che sa un po’ di scappatoia, un’adesione, allo stesso tempo furbesca e dolente, al gioco nazionale dello scaricabarile; in realtà è una posizione che interpreta un malumore diffuso fra chi nel tempo ha provato a parlare del nostro paese, quella sensazione frequente di non poter parlare dell’Italia come di una quotidiana, unanime affermazione di sforzi e solidarietà collettive. È un tema duro e che si affronta sempre con un misto di sdegno e vergogna, sentimenti che neanche gli approcci più dissacranti (penso ad Arbasino o a Ceronetti) cercano di nascondere.

La realtà di un’Italia senza centro (di una pluralità di Italie), frantumata com’è da «un’autonomia regionale spuria e artificiosa – dettata da necessità di gratificazione del ceto politico periferico più che da serie ragioni etniche, culturali e amministrative[2]», rende difficile, se non impossibile, «mettere a fuoco l’immagine stessa di una “società italiana” minimamente omogenea[3]». Siamo certo molto lontani dall’idea di Ernest Renan, quando nel 1882 parlava di una nazione-anima, fondata sull’esistenza di un patrimonio di memoria vivo e orgogliosamente condiviso[4]; allora come si può chiedere uno sguardo obiettivo sulla nostra realtà sociale, se ci si rifiuta di ottenere in risposta un lucido sconforto? Come si può chiedere alla narrativa di rincollare quei pezzi che le conclusioni suggerite da storia e sociologia vietano di riassemblare?

Una letteratura che vuole essere specchio del suo tempo non può non tenere conto della polverizzazione del contesto che cerca di riflettere, non può astenersi dal rispettare la natura confusamente mosaicata dell’immagine che tenta di riproporre. È pertanto necessario che la letteratura sfidi apertamente il paradosso di cui dicevo poco prima: affrontare la compiuta rappresentazione di una società incompiuta.

C’è chi, a mio giudizio, al di fuori della pura narrazione di trame e personaggi, questo paradosso l’ha in gran parte sciolto, seguendo per anni il liquido ridefinirsi dei microcosmi provinciali, rispondendo a frammenti di mutazione con altrettanti frammenti di riflessioni, giorno per giorno, senza mai perdere una visione complessiva dell’Italia.

Alcuni scrittori hanno cercato di raccontare l’Italia mantenendone vive le fratture e i particolarismi (o i tribalismi), offrendone un quadro non consolatorio, spesso crudele, ma non per questo cinico o distaccato. Questo approccio ha prodotto narrazioni più o meno ibride (collage giornalistico-diaristici, racconti brevi, appunti di viaggio accompagnati da contrappunti a metà fra aforisma e digressione), tendenzialmente saggistiche-ma-non-troppo, che potremmo definire “romanzi critici”[5]. Colloco in questa categoria raccolte di testi brevi ed eterogenei, opere in cui la critica culturale e di costume contendono lo spazio a rari spunti narrativi, libri che alle analisi di fenomeni sociali collegano riflessioni politiche e ricostruzioni storico-economiche. All’interno del romanzo critico lo sviluppo di questa varietà di componenti tende a una più complessa articolazione delle parti; frutto di una visione nazionale fratta e policentrica, questo tipo di narrazione riesce spesso a fornire un’idea complessiva dell’Italia, perché lascia che la propria struttura frammentaria ed episodica aderisca alla scomposta geografia sociale del nostro paese.

Un paese senza[6], Albergo Italia[7] e Un weekend postmoderno[8], a mio parere, rispondono pienamente alla definizione qui data di romanzo critico; pur se segnate da lampanti e ineludibili differenze, queste opere presentano un comune interesse per l’analisi meticolosa del convulso assetto provinciale italiano, quello delle minuscole patrie comunali in cui si scompone e diluisce, assieme al senso di appartenenza nazionale, la sensazione di un’identità culturale. Il rilievo di queste prove d’autore e la certezza che le loro specificità possano dare più forza a quanto detto finora, mi spinge a parlarne più dettagliatamente, caso per caso.

 

 

L’Italia delle mancanze: Arbasino nel paese senza

 

Un paese senza è un testo che gestisce un materiale storico incandescente. Grazie al suo procedere frantumato e centrifugo, quest’opera riesce a restituire al lettore, tessera per tessera, la trama articolatissima e dolente del mosaico-Italia, senza per questo perdere coerenza argomentativa, senza farsi inghiottire, come i cartografi borgesiani, dal progetto di una riproduzione assoluta del territorio. Certo, si tratta di un caso a sé, non destinato a fare scuola, animato com’è da un misto di «libido storica e ironia politica e rabbia patriottica[9]»; difficilmente collocabile sullo scaffale dei romanzi (nessun personaggio e nessuna trama, se non l’Italia intera e i suoi funambolismi), riposto di malavoglia fra i saggi (lucidamente umorale, sfacciatamente multidisciplinare e digressivo), questo libro riesce a offrire una narrazione “forte” dell’Italia degli anni settanta; e lo fa avvalendosi di un andamento che certo non può definirsi classicamente romanzesco, procedendo per strappi e salti, dando forma alla discontinuità, alla disgregazione del corpo sociale, non annullandole, ma elevandole a imprescindibili chiavi di lettura, seguendone mimeticamente lo sviluppo attraverso una feroce e istantanea scrittura da taccuino. Arbasino insegue profeticamente tutti i vuoti, i troppi senza del nostro paese, cogliendo l’inconsistenza delle troppe illusioni di pienezza; come i «trips ideologici» della potenza industriale e della siderurgia coltivati da «un paese senza testa» che bilanciava i mostruosi passivi delle acciaierie con gli (allora) vilipesi guadagni di turismo e artigianato.

 

 

L’Italia delle ferite: l’albergo di Ceronetti

 

A parte l’indubbia ubicazione peninsulare della maggior parte della gente che parla italiano, l’Italia come idea spirituale non corrisponde a nessun ventre mistico di patria […] e quel poco che s’era messo insieme di sentimento sacrale del suolo, di un suolo orlato da termini da considerare inviolabili, con fatica, con morti, è stato travolto dall’abbiezione mussoliniana, dal vilipendio dell’abbraccio fascista[10].

 

L’irosa durezza di queste parole rappresenta in sintesi il tono delle peregrinazioni italiane di Ceronetti. Raccolta di contributi apparsi sul quotidiano torinese «La Stampa», Albergo Italia è un libro carico di risentimento, scosso dagli strali di una delusa passione civile. L’orrore per l’inarrestabile sviluppo tumorale del degrado urbano, il rimpianto davanti allo sgretolarsi di un immane patrimonio di bellezza… tutto questo struggimento passa attraverso minuscole narrazioni, quasi le annotazioni di un attempato commesso viaggiatore, la cui attenzione per le cose di casa nostra assume il peso di una dolorosa compassione. Una disavventura in cimitero fa riflettere sulla tracotanza dei piccoli poteri, una lettera a una prostituta indaga sull’ambiguità della morale nazionale, un fantasma romano denuncia il suo più completo spaesamento in una città che sente non appartenergli più.

Anche l’opera di Ceronetti, come quella di Arbasino, non ha certo un impianto narrativo: essa risponde volta per volta a diverse sollecitazioni, raccoglie stimoli ai quali ribatte ora con rassegnazione e pietà, ora con astio e bile. L’occhio sarcastico dell’autore raccoglie e cataloga, passo dopo passo, scampoli e macerie italiane. L’immagine dell’Italia si rifrange attraverso un diamante di prosa barocca, per poi tornare a concentrarsi sotto la lente del suo crudele osservatore: è nell’attimo breve fra dispersione e convergenza che Ceronetti coglie i particolari slegati per poi restituircene un terribile amalgama. È l’Italia dell’eterno ritardo, l’Italia dell’autolesionismo, il paese delle “varie ed eventuali”, della scarsa concentrazione, della distrazione continua, anche davanti alla morte.

Tuttavia – per idiosincrasia e per ragioni anagrafiche – resta completamente tagliata fuori dall’analisi di questo acido geremia, l’Italia delle giovani generazioni, l’amnio di un fantomatico “giovanilismo internazionale”, la galassia pop che ritroviamo nelle puntuali geografie tribali di Pier Vittorio Tondelli. E questo perché in Ceronetti prevale l’attenzione per un’altra Italia, quella della “sindrome di Caporetto”, la non-patria della quale egli osserva il lento inabissarsi, scosso sì dal dolore, ma anche dalla sinistra ironia di non averla mai avuta abbastanza a cuore.

 

 

L’Italia delle tribù: il weekend di Tondelli

 

Oggi il frammento, e non la grande opera, sembra essere la struttura migliore per rappresentare la frantumazione del presente, il disorientamento di fronte al villaggio globale, l’impossibilità di una sistematica, o ancora, di una filosofia unitaria[11].

 

È con queste parole che Tondelli spiega la sua adesione all’idea di una narrativa coscienziosamente “debole”, cioè capace di assoggettarsi alla parcellizzazione delle manifestazioni umane, allo scopo di poterne poi restituire una trama ricomposta. È una letteratura che si insinua nella piega per poterla appianare, una scrittura che non è visione dall’alto, ma incursione nel “dentro”. Tondelli non si avvale di un occhio profetico, non si lancia in previsioni e preveggenze; piuttosto si lascia guidare da una sensibilità rabdomantica, segue ed insegue la corrente carsica delle subculture, ne fotografa i vezzi, le velleità, premia le vocazioni sincere, le più consistenti.

La scrittura di Un weekend postmoderno è veloce e partecipa come un sismografo (sempre emozionata, a volte col fiatone) al coinvolgimento dell’autore nelle sue peregrinazioni: viaggi e weekend che lo spingono all’inseguimento dei mille piccoli nomadismi generazionali. In questi brevi testi raccolti nel corso degli anni ottanta – alcuni già apparsi su varie testate, altri scritti o riscritti per l’occasione – si accumulano ritratti, impressioni, resoconti, cronache, racconti, incontri, pagine di diario, riflessioni, critica musicale… la molteplicità di stili è tenuta a bada da un’univocità di approccio: l’osservazione sempre rispettosa (anche dolce, intenerita), ma mai consolatoria della “giovine Italia”.

La novità della proposta tondelliana sta nell’attenzione per la gioventù di provincia[12], vista come una tumultuosa riserva di potenziali talenti; negli eccentrici itinerari di questo weekend postmoderno, città come Carpi, Macerata, Varese, Benevento abbandonano le loro connotazioni strapaesane, e la mappa delle tribù giovanili si fa sempre più policentrica, i territori culturali si influenzano sempre più reciprocamente, le realtà locali si ridefiniscono acquisendo diverse fisionomie, seppur nebulose e passeggere. E sono proprio queste febbrili fasi di trasformazione che Tondelli cerca di catturare, avvalendosi di una scrittura altrettanto rapida, quasi impressionistica. In questo modo l’autore lascia che i frammenti, gli appunti assorbano in fretta una piccola sensazione, per poi decantarsi in un processo di accumulo e riorganizzazione dei materiali. Anche in questo caso, un’opera di dichiarata frammentarietà, riesce – ed era il preciso intento di Tondelli – a rappresentare fedelmente la confusione di cui è figlia.



[1] Cfr. G. Ferroni, Il racconto «debole» dell’Italia, in «l’Unità», 7 Giugno 2003.

[2] S. Lanaro, L’Italia nuova. Identità e sviluppo 1861 - 1988, Torino, Einaudi, 1988, pp. 70 e 71.

[3] Ivi, p. 71.

[4] «Avere glorie comuni nel passato, una volontà comune nel presente; aver compiuto grandi cose insieme, volerne fare altre ancora, ecco le condizioni essenziali per essere un popolo». E. Renan, Che cos’è una Nazione?, Roma, Donzelli, 1993, pp. 19 e 20.

[5] La definizione di “romanzo critico” (di conio arbasiniano) è applicata da Fulvio Panzeri a Un weekend postmoderno nella sua nota al testo tondelliano. F. Panzeri, Nota. Appunti per un romanzo critico, in P. V. Tondelli, Un weekend postmoderno, Milano, Bompiani, 1990.

[6] A. Arbasino, Un paese senza, op. cit.

[7] G. Ceronetti, Albergo Italia, Torino, Einaudi, 1985.

[8] P. V. Tondelli, Un weekend postmoderno, op. cit.

[9] A. Arbasino, Un paese senza, op. cit. Riprendo l’espressione dalla quarta di copertina.

[10] G. Ceronetti, Albergo Italia, op. cit., p. 195.

[11] P. V. Tondelli, Un weekend postmoderno, op. cit., p. 364.

[12] «È allora possibile cogliere un segno molto interessante degli anni ottanta. La scomparsa di una cultura metropolitana è avvenuta parallelamente all’emergere, sempre più vigoroso, di una cultura che nasce e cresce nelle città di provincia e, da qui, molte volte affluisce alla metropoli. […] Se non esiste più una capitale, sembrano esistere tanti piccoli centri che hanno una vita culturale stimolante e aggressiva». Ivi, p. 336.


Postato da: PasqualeLaForgia a 20:14 | link | commenti (4)

1. Il romanzo debole

Realmente il tempo presente non ha una letteratura aderente ai suoi bisogni più profondi ed elementari, perché la letteratura esistente, salvo rare eccezioni, non è legata alla vita popolare nazionale, ma a gruppi ristretti che della vita nazionale sono le mosche cocchiere.

Antonio Gramsci, Letteratura e vita nazionale[1]

 

 

 

 

C’è un gioco, diffuso ormai da tempo, che consiste nel sostenere che i romanzi non abbiano più niente da dire. Pare che l’arrivo in Italia del postmoderno abbia avuto effetti simili allo sbarco dei conquistadores nelle Americhe: un proliferare di virus per i quali il già cagionevole corpo letterario italiano non aveva difese immunitarie a sufficienza. Del resto è noto quanto sia alto il grado di permeabilità del dibattito culturale di casa nostra alle sollecitazioni provenienti dall’estero; già nel 1980 Arbasino[2] prendeva lucidamente – e desolatamente – nota dell’incapacità degli intellettuali italiani di sottrarsi alle pastoie di una metadiscorsività di importazione, poco sentita e molto parlata addosso. Ma si farebbe torto alle grandi capacità nostrane di automortificazione se si dicesse che la crisi delle patrie lettere dipende da una iattura made in Usa, e sarebbe più corretto dire che il postmoderno rappresenta solo l’ultimo colpo di grazia che il Novecento ha riservato alla concezione “forte” di letteratura.

 

 

 

Breve storia della sfiducia e delle sue ragioni

Facendo un salto indietro, in un passato italiano neanche troppo remoto, ci si rende conto che tutta l’analisi culturale – con motivazioni e proposte di soluzione non così differenti – è sempre stata animata da una stessa identica nota di costante sfiducia, riassumibile in poche parole: il romanzo italiano non ha la benché minima capacità di interpretare e rappresentare la complessità del tessuto sociale nazionale e il suo sviluppo storico, le condizionanti diversità che animano la realtà economica, l’articolazione delle strutture produttive… L’opera italiana di finzione è puntualmente preda di vaghezza, bozzettismo, faciloneria e ossessioni ombelicali. Di esemplare e definitiva negatività è il giudizio offerto da Gramsci:

 

 

la letteratura italiana è staccata dallo sviluppo reale del popolo italiano, è di casta, non riflette il dramma della storia, non è cioè popolare-nazionale[3].

 

 

Nonostante il tono dell’affermazione appaia indubbiamente datato, è tuttora utile, se non necessario, confrontarsi con questa affermazione che pare sostanzialmente non aver perso validità, poiché l’incapacità di misurarsi con il dramma della storia è ancora una delle pecche più rimproverate dai critici ai nostri scrittori. E sempre gramsciana è l’accusa rivolta ai romanzieri nostrani di non sapersi sottrarre a una stereotipata raffigurazione delle classi sociali: romantica e svenevole per l’intellettuale, grottesca e meschina per il piccolo borghese, bestiale e atavica per le masse rurali (ora rozze e vitali, ora parsimoniose e ingenue)[4].

Il romanzo in Italia non riesce ancora oggi a scrollarsi di dosso un giudizio pressoché unanime: la sua inadeguatezza come strumento di indagine sociale. Sembra che tutto sfugga all’occhio del romanziere, come se la sua pagina fosse sempre più incline ad assecondare le bellurie di una lingua votata al preziosismo, ad accogliere personalissimi e noiosissimi tormenti e riflessioncine dal fiato corto. Nell’opinione del critico lo scrittore italiano che tenti la strada del romanzo è in partenza destinato a fallire: la sua scrittura si sviluppa e trova il giusto respiro nella forma breve del racconto; mentre, davanti alle necessità di una strutturazione più ampia, di una trama più complessa, capace di ospitare e innescare deviazioni romanzesche, la penna dello scrittore si fa incerta e ondivaga, dispersiva e solipsistica ai limiti dell’incoerenza. Non trovano spazio nei romanzi italiani degli ultimi anni visioni d’insieme che si accompagnino al movimento suggerito dalla trama; è come se tutto fosse accessorio e messo alla rinfusa: una bella prosa che procede in una rapsodia di aforismi e impressioni che dicono tutto e il suo contrario, senza mai rischiare un passo definitivo, senza storie che tengano, senza finali.

Questa inconsistenza tanto marcata dai critici era un tempo attribuita alla mancanza di un legame identitario (Gramsci[5]), esperienziale (Vittorini[6]) fra scrittori e realtà popolare; oggi si addebita la debolezza del romanzo italiano alla sua asfittica vocazione per il personale, il particolare (Barenghi[7]), al suo terrore di misurarsi con il semplice, il quotidiano (La Capria[8]). Questa complessa sintomatologia ha varie diagnosi che provo ad accorpare, senza pretese di esaustività, nelle due versioni offerte da due attenti osservatori del panorama culturale italiano: Vittorio Spinazzola e il già citato Alberto Arbasino.

Dalla sua lunga e costante esperienza di puntuale monitoraggio del mercato editoriale italiano, Spinazzola trae un’osservazione piuttosto amara, secondo cui la scarsa rappresentatività del romanzo di casa nostra sarebbe motivata dalla poca dimestichezza dei suoi autori con i più moderni temi e strumenti dell’indagine sociologica. Dalle sue parole emergono assieme un’esortazione e un augurio:

 

 

Chissà se gli scrittori del nuovo secolo si preoccuperanno un po’ di più di familiarizzare con le scienze sociali, in modo da trarne concetti e categorie che li aiutino a strutturare la loro idea complessiva della vita di relazione nella società contemporanea. È un problema decisivo, questo, per la costruzione di un romanzo a largo respiro; la difficoltà o la riluttanza ad affrontarlo spiega la notoria predilezione dei nostri narratori per la forma racconto, dove la questione si pone in termini meno impegnativi[9].

 

 

Questa mancanza di un’idea complessiva, di una visione d’insieme sarebbe quindi il risultato di un approccio approssimativo e pressappochista alla realtà, incentrato di preferenza su uno psicologismo di superficie, al quale si contrappone dialetticamente la capacità di onnicomprensiva focalizzazione della narrativa americana e delle sue voci più autorevoli[10]. Spinazzola spiega le lacune del romanzo italiano come risultato di un ritardo culturale dei suoi autori, ritardo che emerge dalle loro scritture volontariamente e programmaticamente “inesatte” e non esaustive, cresciute all’ombra di un pervasivo pensiero debole; un quadro molto complesso e articolato che però non prende troppo in considerazione un altro elemento che invece esplode in tutta la sua drammatica chiarezza nelle parole di Arbasino, ovvero il conflittuale rapporto delle narrazioni italiane con una tradizione letteraria (ma più in genere storica e culturale) spesso sentita come troppo ingombrante. Questo punto nodale trova un momento di piena (e impietosa) chiarezza in alcuni passi di Un paese senza che mi sembra opportuno riportare:

 

 

L’inizio degli Anni Settanta finiva di buttar via tutto ciò che si era cominciato a gettare alla fine dei Sessanta. […] Come conseguenza del buttar via tutto (il rifiuto dell’esperienza equivale a una perdita dell’attrezzeria), un’ondata mai vista di revival e di rétro, quasi subito, […] per scoprire coi vezzi e i diaframmi dell’operazione-repêchage cose che erano sempre state lì, non si sono mai mosse, e ‹prima› venivano anzi fruite direttamente, senza mediazioni, alla portata di tutti[11].

 

 

Nel quadro offerto da Arbasino gli unici momenti di confronto col passato, i rari punti di contatto con la tradizione danno vita, nella nostra narrativa, a più o meno tacite dichiarazioni di orgoglio orfano o, nel peggiore dei casi, a un quadretto arcadico e commemorativo. E questa drammatica perdita dell’attrezzeria fa sì che gli appigli alla realtà si facciano più rari, che le possibilità di comprensione e le chiavi interpretative vedano drasticamente ridotto (in quantità e qualità) il loro raggio d’azione.

(Continua...)



[1] A. Gramsci, Letteratura e vita nazionale, Roma, Editori Riuniti, 1971, p. 112.

[2] A. Arbasino, Un paese senza, Milano, Garzanti, 1980.

[3] A. Gramsci, op. cit., p. 119, corsivo mio.

[4] L’analisi di questa oleografia così trita la si può ritrovare anche nelle parole di Cesare De Michelis: «Se si pensa alla rappresentazione dei ruoli sociali il racconto novecentesco predilige l’anti-eroe borghese, elegge a protagonista il meschino travet, che ubbidiente consuma in ufficio le sue ore prefissate, sempre eguali, abitudinarie e noiose, prevedibili, difendendo un meschino decoro con le odiose «mezze maniche»; quando poi torna a casa è inevitabile che l’impiegato calzi le orribili pantofole e magari la veste da camera, simboli inequivocabili di una disgustosa mollezza, di un’abietta viltà. […] Parallelamente l’operaio – il lavoratore – compare nei racconti soltanto se lotta soffrendo, se vede il lavoro sfuggirgli, se è disoccupato o se almeno rischia di diventarlo; ho già raccontato che le fabbriche del romanzo novecentesco non assumono mai, anzi licenziano. I ricchi, infine, sono corrotti e viziosi, inautentici in ogni loro gesto».C. De Michelis, Un’idea del romanzo novecentesco, in «Studi Novecenteschi» 1999, n. 57, pp. 43 e 44.

[5] «ma non esiste, di fatto, né una popolarità della letteratura artistica né una produzione paesana di letteratura «popolare» perché manca una identità di concezione del mondo tra «scrittori» e «popolo»; cioè i sentimenti popolari non sono vissuti come propri dagli scrittori, né gli scrittori hanno una funzione «educatrice nazionale», cioè non si sono posti e non si pongono il problema di elaborare i sentimenti popolari dopo averli rivissuti e fatti propri». A. Gramsci, op. cit., pp. 135 e 136, corsivo mio.

[6] Faccio riferimento al duro risvolto che Vittorini firmò nel 1954 per La malora di Beppe Fenoglio, nel quale confessa di temere che «appena [i giovani scrittori] non trattino più di cose sperimentate personalmente, essi corrano il rischio di ritrovarsi al punto in cui erano, verso la fine dell’Ottocento, i provinciali del naturalismo; […] con le storie che ci raccontavano, di ambienti e di condizioni, senza saper farne simbolo di una storia universale». E. Vittorini (a cura di Cesare De Michelis), I risvolti dei «Gettoni», Milano, Scheiwiller, 1988.

[7] «l’impronta lirico-saggistica della nostra tradizione si avverte tuttora […nella] presenza di un “io” d’autore ipertrofico o invadente [che] indebolisce la componente drammatica». M. Barenghi, Oltre il Novecento. Appunti su un decennio di narrativa (1988 – 1998), Milano, Marcos y Marcos, 1999, p. 19.

[8] Sono emblematici gli “elogi del senso comune” e al “coraggio della semplicità” e i continui richiami ai Sillabari di Goffredo Parise che possiamo ritrovare in R. La Capria, Cinquant’anni di false partenze, Roma, minimum fax, 2002.

[9] V. Spinazzola, Oltre il Novecento, in Tirature 1999. I libri del secolo: letture novecentesche per gli anni duemila, Milano, il Saggiatore/Fondazione Mondadori, 1999, p. 17, corsivo mio.

[10] I nomi, da molti anni ripetuti, di Don DeLillo, Philip Roth, Kurt Vonnegut… croce e delizia delle patrie lettere.

[11] A. Arbasino, op. cit., pp. 17 e 18, corsivi miei.


Postato da: PasqualeLaForgia a 01:35 | link | commenti (4)

CocoHart

Ho bisogno di parlare brevemente di due dischi, l’esordio delle CocoRosie ed il secondo full lenght di Devendra Banhart. Sono certamente fra i dischi migliori che mi siano arrivati sottomano nel 2004, un concentrato di minimalismo, raffinatezza pop e intelligenza artistica che solo "Dogs" di Nina Nastasia può cercare di raggiungere in questo scorcio d’anno. I riferimenti principali sono al cantautorato degli inizi del secolo, al Nick Drake più ispirato e alle ricerche sonore di Rebecca Moore. Potrei parlare per ore dell’incredibile caratura delle canzoni contenute in questi due album, dilungandomi sulla magia (perché si deve per forza trattare di un incantesimo!) di brani come "The Body Breaks" (Banhart) o di "Good Friday" (CocoRosie); delle trovate spiritose ed incantevoli delle sorelline di base a Parigi o delle metriche spericolate dello slacker statunitense; ma quel che mi preme sottolineare è che finalmente c’è stato un deciso ritorno verso la forma canzone, verso una struttura a cui molti anelavano. Il processo di smembramento delle forme a noi più congeniali (che dopo decenni ci ha portato ad ascoltare qualcosa di diverso dai Beatles e dai loro milioni di epigoni) è dapprima stato un evento rivoluzionario nella musica popolare (e quindi in molte della sue derivazioni, perfino nella house), ma poi ha cominciato a sembrare più un alibi che un motivo d’orgoglio. Finalmente gli ascoltatori sono di nuovo pronti ad innamorarsi della melodia, ovviamente ben poco standardizzata e miracolosamente, straordinariamente ammaliante. Vi esorto ad ascoltare queste piccole gemme per lasciarvi cullare dalle voci chiocce delle CocoRosie, dal mood romatico-depresso di Devendra Banhart, dai loro testi fantasiosi che si stampano indelebilmente nel cervello. Grazie a loro sono tornati i tempi delle grandi canzoni.

Un link con mp3 delle CocoRosie

Un link con mp3 (eccezionale) di Devedra Banhart

Postato da: Josef_K. a 01:13 | link | commenti

 

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