Sabaudo Corner

il blog morto, vivente tuttavia

mercoledì, 29 settembre 2004
Stralci

Mai acquistato un libro per il semplice fatto che ha un buon incipit. Anzi, penso che l’inizio e la fine di un romanzo siano così curati da risultare artefatti. Meglio dunque aprire a caso un volume e farsi ispirare dal momento (dall’attimo?). Mai fatto neppure quello, preferisco percorsi un po’ meno casuali. Mi sono accostato a “La Macchina Morbida” di Burroughs dove aver letto una recensione, ma, per la prima volta, la decisione di acquistarlo mi è arrivata dalla lettura del paragrafo iniziale. La capacità descrittiva, la perfetta messa a fuoco dell’immagine, la scioltezza del linguaggio e la padronanza letteraria hanno pochi paragoni. L’irrequietezza della scrittura trasuda da ogni sillaba, la sospensione e la tensione emotiva arrivano nella parte finale, sbloccando il fermo immagine. Ed è solo l’inizio. Penso sia così esageratamente eccezionale da doverlo condividere con qualcuno. Sentitevi privilegiati e sappiate che il libro prosegue su un livello qualitativo equivalente. [dunque questo post non termina qui ma continua…]

 

Mi lavoravo il metrò col Marinaio e non ce la passavamo male quindici sacchi di media a notte taccheggiando di pomeriggio e tirando l’alba per filarcela dalla terra della libertà ma cominciavo a non avere più vene… Mi avvicinai al banco per un’altra tazza di caffè… nella tavola calda di Joe a bere il caffè con un tovagliolino sotto la tazza come fanno quelli che passano molto tempo nei self-service e nelle tavole calde… aspettando il nostro Uomo… <Che si fa?> mi chiese una volta Nick col suo sussurro oltretombale da tossico. <Sanno che aspetteremo…> Sì, lo sanno…

Postato da: Josef_K. a 11:50 | link | commenti (1)

lunedì, 27 settembre 2004
Caos, frammenti, svolte secolari e altra roba che scotta

L’indicibilità del caos è nemica del romanzo, l’inafferrabilità dei mille possibili viene ricondotta allo schema di previsioni innescato dalla trama. Tutto ciò che in natura è in sé vitale viene isolato, imbalsamato e reso funzionale al romanzo. Per dirla con Barthes:

 

Il Romanzo è una Morte; esso fa della vita un destino, del ricordo un atto utile, e della durata un tempo orientato e significativo[1].

 

Il modello ottocentesco, quindi, è oggi inattuabile; il suo valore non è più esemplare: sviluppatosi in un tempo dicibile, esso non può più raccogliere la sfida di una modernità incoerente. Il rigore della tradizione non reggerebbe l’impatto con una realtà che ha trovato nel frammento la propria allegoria. La letteratura che il diciannovesimo secolo aveva contribuito a solidificare, è giunta per Barthes a una tale sedimentazione da rendere necessario un brusco processo di polverizzazione, una disintegrazione dell’autorialità che approdi alla totale assenza di segno; questo far tabula rasa dovrebbe consentire lo sviluppo di scritture bianche (come L’Etranger di Camus), scritture parlate (la Zazie di Queneau) capaci di essere espressione di una scelta estetica e morale dello scrittore, che abbiano come fine l’umanizzazione di un linguaggio che la letteratura del passato ha isterilito e formalizzato.

L’aspirazione al grado zero della scrittura spinge Barthes ad auspicare l’avvento di “uno scrittore senza Letteratura”[2]; personalmente intravedo per questa formula un rischioso corollario, uno spersonalizzante ribaltamento dei termini, ovvero quello di una letteratura senza scrittori, una visione che anticipa l’esaurimento di cui parla John Barth. E questo perché la tensione al grado zero lega lo scrittore all’idea di una società che, abbandonata la pretesa di onniscienza delle ideologie ottocentesche, finisce per diventare dogmaticamente ineffabile. L’indicibilità della natura implicherebbe quindi la necessaria trasformazione (o riduzione) della struttura romanzo a un ammasso di corpuscoli narrativi[3]; il rischio che Barthes non contempla è che frantumare lo schema di narrazione non sempre è sintomo di una dolorosa coscienza del reale, poiché anche la polverizzazione può istituzionalizzarsi in maniera, finendo così per diventare una scorciatoia che evita lo scontro fra linguaggio e complessità, una soluzione stilistica che si azzera di fronte alla realtà, dandola per scontata e indicibile.

Il progetto barthesiano di scrittura – l’annullamento del segno distintivo, la liberazione dall’impronta autoriale – si imbatte in un ostacolo che Barthes stesso presagisce, quando afferma che «non vi è Letteratura senza una Morale del Linguaggio»[4]: la prospettiva di allontanamento dalla forma estetica ottocentesca non è di per sé garanzia di profonda adesione all’urgenza morale del Novecento, i risultati perciò saranno da valutare caso per caso.

C’è però nella letteratura una terza dimensione di esaurimento che supera e prescinde dalle ansie barthiane e barthesiane. Pochi mesi prima dell’uscita del saggio di Barth, in Italia Feltrinelli dà alle stampe una raccolta di brevi testi intitolata La letteratura come menzogna[5]. Si tratta di una nuova tempesta di intemperanze linguistiche firmate Giorgio Manganelli. Il testo conclusivo, quello che dà il titolo al libro, contiene una visione della letteratura che non tiene minimamente conto delle ipotesi fin qui analizzate. Le soluzioni proposte da Barth e Barthes per sanare le contraddizioni fra (post)modernità e tradizione, sarebbero, parafrasando Manganelli, delle “laboriose inezie”. In questo breve testo l’artificiosità della letteratura viene vissuta non come una drammatica componente con la quale si è costretti a scendere a compromessi; tutt’altro, la menzogna è consustanziale alla letteratura e non deve essergli rimproverata o contestata poiché, sostiene Manganelli:

 

come il mandrillo non può mortificare la retorica delle sue chiappe policrome, così non potremo toglierci di dosso, deliziosa maledizione, questo pieghevole vello di verbi[6].

 

È evidente che per questo autore l’esaurimento della letteratura rappresenta un fenomeno metafisico e non storico, come invece sostengono Barth e Barthes. Nelle pagine della sua intera produzione letteraria Manganelli sonda le interiora di un flusso pluridimensionale incontrollato e incontrollabile, quello del linguaggio, sempre indistinto e inafferrabile, costantemente tirannico e sibillino. La sua analisi approda alla conclusione che il lavoro di scrittura è “un atto di perversa umiltà”[7]: chi scrive «ignora totalmente il linguaggio in cui è coinvolto»[8] e deve al tempo stesso essergli ubbidiente; solo così lo scrittore può fissare sulla pagina, dopo una debita anestesia retorica, l’artificio magmatico che il linguaggio gli ha consegnato.

La letteratura è per Manganelli semplice ipostasi del linguaggio; del tutto scevra da ogni implicazione morale, essa piuttosto perpetra la sua predilezione per l’immorale, usando le umane sofferenze come forme da cui ricavare calchi, trasformando il dolore in figura retorica, senza proporsi di sanarlo o porvi rimedio. La dissacrazione manganelliana procede impassibile, travolgendo anche il tabù della funzione sociale della letteratura: la sua scrittura è fuori dal tempo, ignora la cronologia ed è a malapena contemporanea a se stessa; chiunque si industri a trarne insegnamenti e lumi, finisce col trascurarne la componente aleatoria e polimorfa, così come chi dai libri spera di spremere lo Spirito del Tempo si ritrova impiastricciato da quell’estorto “liquame molliccio, biancastro, che è la Weltanschauung”.[9]

È chiaro che il pensiero di Manganelli non è incline alle malinconie più o meno ironicamente esorcizzate di Barth e Barthes; la letteratura non avrebbe perso prospettive di fecondità e valore saltando il fosso fra Ottocento e Novecento: essa è sempre stata una bestia indomabile, indipendente dai giudizi storicizzanti dei suoi catalogatori, asservita solo ai tumulti di un linguaggio sovrumano cui lo scrittore cerca di assegnare forma intelligibile con gli strumenti della retorica. Ciononostante è rintracciabile in Manganelli una linea di continuità col pensiero barthiano: l’idea di una letteratura che instauri con la tradizione un legame di circolare continuità attraverso la ricombinazione del preesistente, una scrittura che trovi nell’immensa biblioteca del passato una sorta di “magazzino retorico”[10] in cui, su interminabili scaffali, siano ordinatamente disposte tutte le “possibili situazioni letterarie”.[11]

Il gioco borgesiano del continuo rimando a opere del passato (esistenti o meno), il gusto per l’apocrifo, trovano in Manganelli un acceso sostenitore: nella sua opera tutto è sottratto alla tirannide dei riferimenti spazio-temporali, la sua scrittura si accoccola nel ventre del linguaggio, aspirando a concentrarsi in uno zero pantocratore che sia puro e inafferrabile segno. Il lavoro di scrittura diventa così una pratica funereamente ironica, destinata a produrre sfavillanti macchine celibi, condannate a girare a vuoto in eterno su meccanismi sintattici perfettamente oliati.[12]

Pur se con toni e prospettive diversi, le analisi che ho qui riportato segnano il definitivo distacco del pensiero contemporaneo dalle suggestioni delle avanguardie del primo Novecento.

Al viscerale cromatismo majakovskijano si sostituisce la ossessione bianca di Barthes, alla chiassosa iconoclastia futurista fa da contraltare la silenziosa glorificazione della biblioteca, del museo, della reliquia; all’irrequieto Ménalque che ne L’Immoralista di Gide gridava «è dal totale oblio dell’ieri che io creo la novità di ogni ora»[13], si è gradualmente sostituito il raggelante Funes[14] di Borges, condannato dalla sua prodigiosa memoria a non poter vivere se non nell’ossessiva minuziosità dei suoi ricordi.

Il Novecento, superata la boa dei ’50, uscito profondamente cambiato dal suo secondo dopoguerra, comincia a guardare con distacco ai giorni delle certezze inattaccabili; l’intellettuale-Prometeo, che un tempo offriva nel manifesto «la perentoria esposizione della verità conquistata»[15], si fa cauto sino all’afasia; incertezze frammentarie hanno preso il posto di incrollabili solidità, mostrando a tutti che la modernità ha scelto di sfuggirci, sottraendosi così agli entusiasmi dei suoi più accesi sostenitori.

L’eco della Grande Opera si è spenta nel balbettio del frammento.



[1] Ibid.

[2] Ibid., p. 6.

[3] Cfr. Roland ,1975, Barthes par Roland Barthes, Paris, Seuil; traduzione italiana 1980 Barthes di Roland Barthes, Torino, Einaudi

[4] Barthes, 1999, p. 6.

[5] Giorgio Manganelli, 1967, La letteratura come menzogna, Milano, Feltrinelli. Il libro, finito di stampare a marzo, arriva nelle librerie ad aprile, due mesi prima della pubblicazione del saggio di Barth.

[6] Manganelli, 1967, p. 171.

[7] Ibid., p. 174.

[8] Ibid., p. 175.

[9] Ibid.

[10] Cfr. Giorgio Manganelli, 1994, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi.

[11] Ibid.

[12] Il paradosso manganelliano esplode nella produzione giornalistica dove, senza abbandonare la sua impronta stilistica, l’autore affronta i temi più triti del quotidiano (traffico, calcio, astrologia…) da punti di vista rigorosamente spiazzati e spiazzanti. Alcuni di questi corsivi sono oggi raccolti in Giorgio Manganelli, 1991, Lunario dell’orfano sannita, Milano, Adelphi.

[13] André Gide, 1988, L’Immoralista, Milano, Bompiani, p. 80.

[14] Ireneo Funes è il giovane protagonista di Funes, o della memoria, racconto contenuto in Jorge Luis Borges, 1995, Finzioni, Torino, Einaudi.

[15] Cesare De Michelis, 2000a, Il conformismo degli intellettuali, «Studi novecenteschi», XXVII, numero 59, p. 66.


Postato da: PasqualeLaForgia a 21:53 | link | commenti

domenica, 19 settembre 2004
Marco Baliani e l'arte del raccontare

Visto che qualcuno di voi (un qualcuno molto in gamba) mi ha fatto sapere che la frase di Baliani che ho riportato sul pezzo ALDO MORO, CORPO DI STATO, l'aveva già notata e annotata, soddisfatto e commosso, ve ne riporto l'intero pezzo. Siamo nella seconda parte del libro, ovvero le pagine di diario scritte i giorni precedenti alla prima. Baliani è tra le rovine dei mercati traianei a Roma, sta preparando la messa in scena di Corpo di Stato per la diretta su rai due.
"...Provo ad assumere una posizione di racconto tra due capitelli diroccati, come fossi incastrato tra due pareti di marmo, potrebbe essere un'immagine interessante da riprendere, sorrido, sto facendo cinema invece che pensare al mio teatro, la mano scorre sul marmo poroso, nell'intarsio floreale c'è una lumaca rattrappita nel guscio; penso all'artigiano che più di duemila anni fa a colpi di scalpello ha creato queste volute sapendo che poi sarebbero state innalzate a più di venti metri, quasi invisibili dal basso, eppure quale cura, che umile pratica d'arte, che precisione, come se l'atto dello scalpellare avesse un senso in sé compiuto e bastante a nutrirlo. C'è da impare qualcosa: essere puro veicolo dell'arte che si possiede, lasciar passare il racconto attraverso di me senza antepormi, non mostrare la bravura, nascondere le tecniche sapienti, far sentire la narrazione come qualcosa che tutti riconoscono, dico l'atto in sé, al di là dei contenuti delle storie narrate, come fosse un patrimonio comune; ascoltandomi, a ognuno deve venir voglia di raccontare a sua volta o almeno provarci, lo spettatore deve vedere all'opera qualcosa di apparentemente facile, di molto comune, un atto riconoscibile e amato.
Ma al tempo stesso, come questo capitello scolpito, occorre essere efficaci, concisi, non ci deve essere un elemento in più, occorre sottrarre, fino alla misura giusta, quando l'esperienza ti dice che la pietanza è pronta per essere gustata."
Marco Baliani in Corpo di Stato. Il delitto Moro




Postato da: RLF a 17:56 | link | commenti (4)

VALVOLINE COMICS

Stavo ripensando ai valvolinici, una delle più importanti realtà fumettistiche degli anni ottanta. Componenti? Mattotti, Igort. Mattioli, Jori, Iosa Ghini , Burns, Carpinteri e Brolli. Tra i migliori autori di sempre, tutti, in un modo o nell'altro, ancora creativi.

Le linee che guidavano questo guppo erano essenzialmente due: una di ricostruzione dell'universo, reinvenzione di ogni aspetto del reali, e qui ci metto i figliocci di Balla e Depero, al primi posto Iosa Ghini( che non per niente adesso fa il designer), poi Igort. Andateveli a cercare, era un modo per reinventare il mondo con nelle orecchie i Devo e i Residents.

Poi c'era un'altra direzione, che voleva recuperare per necessità espressive il bagaglio linguistico delle avanguardie, Mattotti e Carpinteri. Il primo lo conoscete tutti, ha portato l'espressionismo a colori nel fumetto (mica cazzi).. Carpinteri invece adottò un linguaggio fatto di soli triangoli, il ritmo delle sue composizioni è ancora oggi incredibile, sembra che le immagini si muovano!Ha davvero,un dinamismo irrangiungibile... Il suo ritmo compositivo è un pò come quello di Depero, ma velocizzato con la batteria elettronica.

Mattioli segue una strada tutta sua . L'abitudine a fare propri linguaggi del passato è comune a tutti loro, per necessità espressiva. Mattioli usa il vocabolario della nostra storia recente. Quel linguaggio è la pop art. Insieme la sensazione che tu stia guardando qualcosa di nuovo e di vecchio. Trasmette la scossa della migliore pop art, e in più riesce a farti ridere.( La cosa terribile è che nessuno ristampa le sue cose,sembrano esserselo dimenticato tutti. Pazzi...).

Il resto della truppa merita un discorso approfondito, che vista l'ora non ho la forza di fare, lo rimando ad'un'altra volta..

Naturalmete ho generalizzato al massimo grado....per darvi un'idea della ricchezza del gruppo.

Hanno contribuito a espandere il linguaggio del fumetto, dopo di loro il campo da gioco si è modificato irrimediabilmente.Il fumetto era davvero un'altra cosa prima che ci mettessero mano questi signori, ne riparleremo..

Postato da: A.Tota a 02:56 | link | commenti (1)

BODIES

Appena finito di disegnare.

Metto su i Sex Pistols e scrivo un bel post intellettuale.

Fanculo!

 

 

 

Postato da: A.Tota a 02:01 | link | commenti (6)

sabato, 18 settembre 2004
Aldo Moro, corpo di Stato

Sono convinto che l’arte debba restringere il proprio campo. Sono per quegli artisti che partono dal dato personale per raccontare qualcosa, dalla pochezza\ricchezza d’informazioni raccolte personalmente. L’autobiografismo è d’ordine dunque. In Corpo di Stato, Marco Baliani racconta alcuni episodi da lui vissuti durante i 55 giorni del sequestro Moro. Il racconto si compone di accadimenti e di poca analisi (questa è lavoro del lettore). Infatti, Baliani ci dice come un’artista italiano ha vissuto quei giorni. Cosa ha pensato durante la preparazione di uno spettacolo o parlando con un amico o prendendo il sole sulla spiaggia. Corpo di Stato è una lettura semplice, toccante, da attraversare con il nodo alla gola anche per chi quei 55 giorni non li ha vissuti. Io sono nato nel 1983. Questa lettura mi ha fatto sentire nostalgia per un mondo a cui io non appartengo proprio perché adesso ci sono io, c’è la mia generazione e con noi di mezzo quell’Italia non è più possibile. Almeno sino ad ora non si è fatto rivedere. Nostalgia per un evento tragico, sì. Nostalgia e odio per quella generazione che ha cambiato il nostro Paese nel bene e nel male. Odio per se stessi e per la propria generazione perché noi in confronto a loro siamo “i rammolliti”. Corpo di Stato catapulta il lettore giovane in un mondo in cui lui è straniero. Moro è un corpo assente. Io non lo vedo spesso in giro, non lo sento. Non conosco benissimo il caso Moro. Conosco il fatto, sì, ma non so cosa sia successo precisamente in ciascuno di quei giorni, non so “cosa stava accadendo”. Baliani ha cercato di spiegarmelo raccontando cosa è successo a lui, l’unico modo per dir cose realmente accadute. Cose realmente accadute nella coscienza di un italiano e di una parte dell’Italia. Il libro è il testo di uno spettacolo teatrale a cui si aggiunge una parte finale, un diario (forse riscritto, forse inventato, non ha importanza) sui giorni precedenti alla prima in diretta televisiva sulla Rai. Un piccolo documento, prezioso soprattutto per chi lavora nel mondo dell’arte e della cultura.

…essere puro veicolo dell’arte che si possiede, lasciar passare il racconto attraverso di me senza antepormi, non mostrare la bravura, nascondere le tecniche sapienti, far sentire la narrazione come qualcosa che tutti riconoscono, dico l’atto in sé, al di là dei contenuti delle storie narrate, come fosse un patrimonio comune…

Marco Baliani
Corpo di Stato. Il delitto Moro
La Scala – Sintonie. Rizzoli 2003
112 pagine, 17 fotografie b\n
euro 7
www.sintonie.it


Roberto La Forgia













Postato da: RLF a 20:49 | link | commenti

mercoledì, 15 settembre 2004

Qualche settimana fa ho concluso la lettura di "Infinite Jest"; impossibile provare a recensire quello che, più di un libro, è un’esperienza a cui abbandonarsi con fiducia e spensieratezza. Sbrighiamo subito le faccende personali e chiariamo che il volume di 1400 pagine mi ha letteralmente conquistato, anche perché negli otto mesi di lettura è stato alternato ad altri romanzi/raccolte di racconti/saggi e letture varie. Inoltre credo di aver interpretato bene (e fin dalle prime pagine) il senso di spontaneità (che corrisponde al contrario di artificiosità, ma comprende sia la cura editoriale che la ricchezza creativa) impresso da David Foster Wallace al suo capolavoro. Il lettore è invitato a lasciarsi trasportare attraverso il flusso sonoro/visivo/immaginifico creato dallo scrittore, pronto a gettarsi d’improvviso nel racconto della vita di un semplice passante o nelle avventure che legano gli oggetti ai loro possessori. Puro piacere di affabulazione, elemento troppo spesso dimenticato o vilipeso da una frangia di nomi fin troppo popolari; storie che si allacciano ad altre storie, descrizioni di vita, morte, viaggio, distanze. A questa piacevolissima peculiarità si aggancia il tema secondo me portante dell’intero tomo, che tiene unite tutte le pagine di "infinite Jest" come un fortissimo collante emotivo: la dipendenza. Il fatto che 1/3 della storia si sviluppi fra le mura di un centro di riabilitazione per tossicodipendenti ed alcolisti non è un caso, ma solo l’aspetto più evidente degli effetti che può avere su di noi la dipendenza. Tutti i personaggi hanno qualcosa che li tormenta o li delizia, continuamente alla ricerca di una via di fuga o di un momento di felicità che possa durare in eterno. Perfino la traccia centrale del libro, il filo rosso che tiene unito il romanzo, parla della ricerca di una fantomatica versione master di un video che crea dipendenza. Basta un’occhiata di questo "intrattenimento" (così nel testo) per rinunciare a qualunque altro desiderio e costringere il proprio corpo ad una morte veloce per inedia. Pura dipendenza, che si affianca a quella per l'amore, a quella per il successo, a quella per una causa politica, a quella per la violenza. Sarebbe bello se si riuscisse a far accostare quanta più gente possibile ad alcune pagine di incredibile magnetismo narrativo, vere gemme nell’arte del collage della parola. Trascriverle sarebbe troppo, ma una lettura radiofonica penso che possa risultare altamente appagante (almeno per me, e tanto basta).

Postato da: Josef_K. a 23:07 | link | commenti

mercoledì, 08 settembre 2004
Corpi Virtuali

La confusione non può non mancare nelle collettive e talvolta anche la lontananza al tema. Al Palazzo Piazzoni di Vittorio Veneto più di trenta artisti dicono la propria sui CORPI VIRTUALI. Il primo premio, senza ombra di dubbio è condiviso dai due artisti Gianluca Bronzoni e Patrizia Nuvolari. I due sono tra i pochi a dirci e a darci qualcosa.
Per Gianluca Bronzoni il corpo è virtuale perché non lo vediamo, lo immaginiamo nella propria casa. È sera, un edificio brilla delle luci delle finestre. Accanto a ciascuna finestra, una didascalia ci spinge a immaginarci cosa si inscena all’interno degli appartamenti. Barbara telefona a Veronica per andare al cinema, Arnaldo rovescia il vino sul tappeto del salotto, Simona si arrabbia e va in cucina, Francesco sbadiglia sul divano.
Patrizia Nuvolari invece dissolve il corpo lasciandone solo una patina umida di sacralità incerta. Bronzoni e Nuvolari quando ci parlano di corpo non ci mostrano uomini tatuati, donne bucate dai piercing, corpi nudi e sporchi di sangue. Queste immagini le lasciamo alle copertine di qualche brutto settimanale. Fabrizio Boggiano, curatore della mostra, di questi corpi martoriati e fighissimi ce ne presenta un bel po’. Ci riserva anche qualche pezzo che sul corpo ci ride sopra: una maglia con una macchia gocciolante di sangue all’altezza del costato con una corona di spine poggiata sopra; divertente guardaroba di Cristo ad opera di Larry Miller. Leoni che sbranano una zembra, incorniciati deliziosamente su un tavolino con tanto di centrino e vaso della nonna di Paolo Tedeschi. Tutto sommato è una mostra da cui si esce con un paio di nomi per la testa e un po’ di rabbia in… corpo.



CORPI VIRTUALI VITTORIO VENETO (Treviso)
Palazzo Piazzoni Date e orari: venerdì, sabato e domenica dalle 16 alle 19. Chiude il 5 ottobre. INGRESSO LIBERO Info: 3483888979 Catalogo in omaggio
Correlata alla mostra CORPI RITUALI di cui presto la recensione (se ne varrà la pena).







Postato da: RLF a 20:48 | link | commenti (3)

martedì, 07 settembre 2004
Suono l’allarme, tappiamoci le orecchie!

Adesso tutti dovranno spiegare ai propri figli come mai un gruppo di terroristi potrebbe entrare nella scuola e ucciderli.

Ricordate i bambini impiccati di Cattelan?

Ricorderete anche tutte le fesserie che si sono dette a riguardo e non potete certo dimenticare quel pezzo di cretino che è salito sull’albero per far cadere i fantocci impiccati. Si, proprio quello che si è rotto il braccio e che poi è diventato un personaggio simpatico a tutti. Lo scemo che fa ridere i fessi.

Cattelan non è certo un veggente ma in qualche modo ha capito un po’ prima di tutti cosa succede. Ed è stato abbastanza generoso a volercelo spiegare senza mezzi termini.

Se si fosse discusso di quei bambini impiccati con meno faciloneria, molti sarebbero arrivati a formulare una bozza della risposta da dare ai propri figli.

Non è molto ma è già qualcosa.

Roberto La Forgia















Postato da: RLF a 21:09 | link | commenti (1)

sabato, 04 settembre 2004
Detto fra noi (comunicato interno a rapida scadenza)

Anche l'occhio vuole la sua parte. Cari amici sabaudi, vi prego di giustificare il testo dei vostri post. L'invito non nasconde squallidi giochi di parole, bensì vi prega di far quadrare il corpo dei vostri interventi. Per evitare che tutti i vostri interventi si presentino in modo pietoso (testi sfrangiati sulla destra, caratteri improponibili, colori inutili...) è sufficiente avere un minimo di tenerezza nei confronti nell'occhio altrui, e pensare - di conseguenza - che magari gli si potrebbe risparmiare un post squadernato o colorato come un campionario di carta da parati.

Basta selezionare il testo e premere il tasto per la pagina giustificata (per le bestie informatiche: è il tasto con le sei lineette orizzontali impilate a formare un quadratino), ed evitare evidenziazioni pacchiane (piuttosto grassettate!). Lo so che penserete "ecco di nuovo il fascista alla riscossa!", ma sono un paio di norme che permetterebbero ai nostri testi di presentarsi decentemente, cioè - inutile dirlo - come i miei.

Per non umiliarvi in pubblico più di quanto non abbia già fatto, vi prometto che questo post si autodistruggerà una volta che l'avrete letto tutti, ovvero quando tutti voi fetenti l'avrete - anche a male parole - commentato. Fate i bravi.

P.S.: Dimenticavo di ringraziare l'anima pia - suppongo il sangue del mio sangue Roberto - che s'è presa la briga di ridare un aspetto conveniente a questo blog. Abbiamo di certo lingua, orecchie e pupille allertate a sufficienza per far sì che questo chiacchierodromo diventi una cosa pregevolissima, ossia la migliore nel suo genere. Fatevi sentire, scuregge adorate.

Postato da: PasqualeLaForgia a 20:55 | link | commenti (3)

 

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