Sabaudo Corner

il blog morto, vivente tuttavia

mercoledì, 24 novembre 2004
Christo Announces The Gates, Central Park, New York

NEW YORK.- American/Bulgarian-born artist Christo (L) and his wife, American/French-born Jeanne-Claude (R) announce details of their collaborative project, "The Gates, Central Park, New York City, 1979-2005", at a press conference, 22 November, 2004, in New York. The temporary work of art will consist of 7,500 gates with hanging saffron-colored fabric panels lining 23 miles of pedestrian paths in New York's Central Park and will be unfurled on 12 February, 2005.
On January 22, 2003 Michael R. Bloomberg, Mayor of New York City, announced that the city has given permission to New York artists Christo and Jeanne-Claude to realize their temporary work of art:The Gates, Central Park, New York, 1979-2005.
The 7500 Gates, 16 feet (4.87 meters) high with a width varying from 5' 6" to 18 feet (1,67 m to 5,48 meters) will follow the edges of the walkways and will be perpendicular to the selected 23 miles of footpaths in Central Park. Free hanging saffron colored fabric panels suspended from the horizontal top part of the gates will come down to approximately 7 feet ( 2,13 meters) above the ground. The gates will be spaced at 12 foot (3,65 meter) intervals, except where low branches extend above the walkways allowing the synthetic woven panels to wave horizontally towards the next gate and be seen from far away through the leafless branches of the trees. The temporary work of art The Gates is scheduled for February 2005, to remain for 16 days, then the 7,500 Gates shall be removed and the materials will be recycled.
As Christo and Jeanne-Claude have always done for their previous projects, The Gates will be entirely financed by the artists through C.V.J. Corp, (Jeanne-Claude Javacheff, President) with the sale of studies, preparatory drawings and collages, scale models, earlier works of the fifties and sixties, and original lithographs on other subjects.
The artists do not accept sponsorship or donations.
Christo and Jeanne-Claude have donated the merchandising rights to the charitable foundation "NNYN" (Nurture New York's Nature and Arts) who are sharing these rights with The Central Park Conservancy.







Postato da: RLF a 15:19 | link | commenti (1)

lunedì, 22 novembre 2004

Quel fastidioso ronzio

Alex Colville, pittore canadese

di Roberto Laforgia

Child and dog 1952

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La prima immagine che ho visto di Alex Colville è stampata sulla copertina di un recente Adelphi. Una bambina vista di lato salta sulla corda. La sua immagine è bloccata, sembra una statua sospesa nell’aria. Sotto i suoi piedi si espande un paesaggio residenziale misero e levigato. Il tessuto pittorico mi è sembrato eccezionale nonostante le piccole dimensioni della riproduzione.

Alex Colville ritrae meticolosamente i suoi soggetti, si serve della tecnica del puntinismo (difficile da notare dalle scansioni) così da raggiungere una maggiore risoluzione e un’atmosfera vitrea. Le scene immerse nel torpore, se guardate attentamente, ci svelano stridenti contrasti. In genere assistiamo a scontri tra uomo e natura o tra natura e artificio con risvolti talvolta shockanti, Horse and train (1954) (per una lettura più sensata richiedi, commentando questo articolo, la cartella con le immagini), talvolta sereni ma demoralizzanti, August (1979) in cui l’animale, il vegetale, e l’umano ci si presentano insieme, posti allo stesso livello e distanti tra loro come se nessun contatto fosse possibile.

Il livello di astrazione è basso ma stuzzicante. A parte il tessuto pittorico, che ricorda vagamente la pittura dei primitivi italiani, perciò dal clima quasi magico, la costruzione anatomica è leggermente sfasata particolarmente nelle articolazioni "slogate", non abbastanza salde da tenere in piedi i corpi. Queste articolazioni a 360 gradi presumono anche dei movimenti illogici, l’incapacità della mente di gestire il corpo. C’è un abisso tra le due sfere dell’umano, fisicità e razionalità. Un abisso che diventa rimpianto e matura nel sentimento di riconciliazione con la natura in New moon (1980), May (1979), Fete champetre (1984) in cui l’interazione seppur momentanea è positiva e fa filtrare in noi spettatori quel relax in cui i personaggi sono immersi. Ma il ritorno alla natura nell’opera di Alex Colville ha incontrato non pochi avversari in Family and rainstorm (1995), Child and Dog (1952) e Three sheep (1954), quest’ultima tra le immagini più dirette e d’impatto di Colville, vicina a Gli uccelli che intanto invadevano i nostri cinema e in stretta sintonia con le minacciose vegetazioni di Charles Burchfield (Ohio 1893 – New York 1967) in Sun glitter (1945), e nel più silenzioso Edward Hopper (New York 1882 – 1967) in Martha McKeen of Wellfleet.

Colville è un pittore di contrasti, di pungenti cortocircuiti tra realtà diverse in un continuo e inevitabile faccia a faccia (o a muso). Anche dai titoli deduciamo l’intenzione di rappresentare scontri di coppia (bambino e cane, famiglia e tempesta, cavallo e treno ecc.).

Colville appartiene ad una generazione che ha vissuto in ampi spazi naturali in cui un trattore, un aratro, una casa isolata, una volante della polizia fanno da contrappunto lampante al mondo non (ancora) civile. Il paragone con Burchfield non può non ritornare se guardiamo Rainy day (1935) del più anziano pittore statunitense e Snow (1969) di Colville. In entrambi i casi l’uomo ribatte le decisioni della natura costruendo attorno a se un ambiente ideale, a costo di limitare significativamente il campo d’azione. E qui ancora Hopper: una donna cascata anch’essa nell’errore di limitare il suo campo d’azione rende offensivamente vana la sua calda sensualità, Carolina Morning (1955).

Le nostre case, i nostri giardini, i nostri uffici ci fanno da nuovo utero. Abbiamo bisogno di elementarizzare le cose che circondano e rendere tutto più piccolo e funzionale per sentirci a nostro agio e più grandi di tutto il resto. Perché tutto ciò? Colville e non di meno Burchfield, Hopper e il fotografo americano William Eggleston non sono a caccia del colpevole, non si sente neanche il sapore della colpa, assistiamo soltanto ad una ricerca quasi acritica del dato reale. Se escludiamo momentaneamente Burchfield da questo formidabile gruppo di realisti-astratti, possiamo assistere al momento in cui l’organizzazione dell’ambiente ideale va in tilt, stordita forse da qualche influsso malefico della natura. Chiara è la rappresentazione di questo concetto in June (1979) di Colville in cui un aeroplano telecomandato, influenzato dalla freschezza dei pini, rivendica la sua autonomia all’uomo, volando pericolosamente sopra la testa di un bambino. Citiamo, per confermare la sintonia con gli altri autori, Ground Swell (1939) del più sottile Hopper, e la fotografia di William Eggleston.

Colville è la voce più stridente, più gridata di questo sentire tanto diffuso nelle arti figurative d’oltreoceano. A volte, chissà, forse strizza l’occhio ai maestri o forse no. Certo è che la sua ricerca cromatica e volumetrica aggiunge all’immaginario della tematica natura-artificio un lirismo sospeso che ci fa sentire quel fastidioso ronzio più chiaramente.

http://cybermuse.gallery.ca/cybermuse/search/artist_work_e.jsp?iartistid=1087

http://www.alexcolville.com/

Postato da: RLF a 19:58 | link | commenti

mercoledì, 03 novembre 2004
Cosa chiedereste a quest'uomo?

Carissimi, torno a sporgere il naso fra ste righe per una ragione vitale. Fra qualche giorno Michele Casella (uomo di mondo e d'esperienza), intervisterà a Polignano (Bari) Antonio Rezza. In questa ridente cittadina di mare, meta dello struscio provinciale, Rezza eseguirà il suo pezzo più noto: quel "Pitecus" che qualcuno di voi ha visto dal vivo (e se lo ricorda di certo come un bagliore caldissimo e devastante).
Diventa quindi necessario che noi si pensi a qualcosina da chiedere tutti insieme, compilare insomma una lista di nostre curiosità su quel luminoso abisso lessicale, quell'imponderato motore comico/mimico che è l'arte del nostro amatissimo Tonino (e della da lui amata Flavia Mastrella).
Poichè bene o male tutti noi sabaudi conosciamo l'opera di Rezza, vi invito a prendere molto seriamente questa iniziativa (che, lo sottolineo, è a brevissimo termine).
L'invito è - ovviamente - aperto a chiunque: proponete le vostre domande commentando questo post, o (per chi può) postando qualcosa di nuovo. L'intervista, una volta sbobinata, sarà messa a disposizione di tutti i sabaudi (di costituzione o di passaggio, poco importa).
Se nel frattempo volete rinfrescarvi un po' le idee su Rezza, vi consiglio una lettura molto breve o un giro sul sito suo e della Mastrella.



Buon lavoro.





Postato da: PasqualeLaForgia a 16:30 | link | commenti (6)

 

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